In the House Of Liv, Recensione da Alone Music
- January 14th, 2010
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http://www.alonemusic.it/recensione.php?id=868
Direttamente dal Trentino arriva la splendida proposta degli MG66, band formatasi in un passato piuttosto prossimo, (2007), e già capace di suonare degnamente un genere che fa capo alla più alta tradizione thrash e che condisce il tutto con una brillante spruzzata di sonorità rock, connubio che caratterizza il sound del gruppo.
La genesi del nome fa intuire bene quali siano gli intenti dei componenti: unire la violenza e la potenza della musica ( da qui presumibilmente “MG” ha preso spunto dall’omonimo nome della mitragliatrice usata nella seconda guerra mondiale, l’mg42 appunto) e lo spirito on the road del rock n’roll ( ovvio il riferimento all’americana Route 66 ) presagio di libertà.
In In The House of Liv, primo full length album della band, è facile notarne le principali influenze dal mondo thrash: Tom Araya e combriccola riecheggiano (soprattutto) nel cantato del nostro Robert Pixx e nelle incalzanti sezioni ritmiche e non di rado il groove serrato pare essere ripreso dall’energia dei Pantera.
L’opener My Strenght da inizio alle danze con un riffing dalle risonanze rock style massiccio , che sarà l’ombra di tutti gli altri brani.
Già da questa track si intravede la presenza dei cori che diverranno personaggio fondamentale in brani come Shut Up! dove la voce solista e la pluralità delle timbriche dei cori, sembrano dialogare in un continuo gioco di richiami.
La titletrack racchiude un po’ sinteticamente le caratteristiche di base del gruppo: ritmica e riffing molto semplici ma efficaci ai fini della riuscita della musica degli MG66.
Significativo è il brano To The Core (Hate You…): siamo di fronte all’accoppiata vincente voce&ritmica che è chiaramente di casa Pantera e Slayer. L’ orecchio più invadente sente (anche in pezzi come I Will, I Can) una sonorità familiare propria dei fratelli Cavalera ai tempi di Arise.
Ma sono solo schizzi d’impressioni acustiche.
Negli ultimi brani (Dead End Rainway in particolare) c’è più spazio per qualche digressione a cinque corde ( riff che non si allontanano comunque dalla semplicità dei pezzi iniziali ) che rinvigorisce il sound generale dell’album.
Apprezzata la velocità, vera e propria thrash n’roll, con cui viene sparata Fire, che ripresenta il tema del coro in “infuocata conversazione” con il singer.
I nostri connazionali non portano qualcosa di nuovo nel panorama musicale attuale ma ciò non toglie che al disco non manchi nulla per poter essere considerato un ottimo album (sembra esserci pure una semi-ballad, Living my Life): potenza, velocità, studiata semplicità, ricercatezza vocale nei cori e nella voce solista, freschezza tipica del rock e una giusta dose di aggressione e adrenalina che è tripudio in un immaginario on the road a cui i nostri trentini ci invitano a prendere parte.





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